MODI DI DIRE

Di seguito riportiamo i modi di dire su cui basare il vostro progetto. Sceglietene uno e inviatelo all’indirizzo vg.lassandro@fooda.org perchè sia vostro. Ora non vi resta che divertirvi.

Vi aspettiamo in Triennale per l’inaugurazione del 26 Ottobre.


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Acqua in bocca!
Mantenere un segreto


Gaspare Gozzi scriveva nel 1760 nella Gazzetta Veneta: “Si narra che una femminetta, molto dedita alla maldicenza, ma del resto molto devota, pregasse spesso il suo confessore a prestarle un rimedio contro quel peccato. Il confessore insinuava conforti e preci, ma inutilmente. Un bel giorno diede alla donna una boccetta d’acqua del pozzo dicendole che la tenesse sempre presso di sé e quando si sentiva la voglia di mormorare ne mettesse alcune gocce in bocca e ve le tenesse ben chiuse finché non fosse passata la tentazione.
La donna fece, e negli atti ripetuti trovò vantaggio, che alla fine si liberò dal vizio dominante, e come che fosse femmina di poca levatura tenne poi quell’acqua per miracolosa”.


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Andare a tutta Birra
Andare velocissimo

L’espressione nasce da uno storpiamento popolare italiano dell’espressione francese à toute bride, tradotta letteralmente a tutta briglia e confondendo poi il termine colto briglia con il più comune birra

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Avere solo un’infarinatura
Conoscere un argomento solo in modo generale o superficiale.


Il modo di dire completo è essere come il topo del mugnaio, che ha solo un’infarinatura. La predilezione del topo per il mugnaio e per la sua farina ci è tramandata fin dall’antichità dalle favole di Esopo, per cui non è difficile immaginare il topolino che corre veloce tra i sacchi di farina e si riempie di polvere, a riprova del detto chi va al mulino s’infarina.

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Cercare il pelo nell’uovo
Essere una persona estremamente minuziosa, che bada a ogni minimo dettaglio.

È impossibile che anche solo un pelo entri in un uovo attraverso il guscio, eppure colui che cerca di rilevare qualsiasi minima imperfezione, cercherà di analizzare anche questa possibilità.
Cercare il pelo nell’uovo (dove peli naturalmente non possono trovarsi), indica un eccesso di minuziosità e pignoleria: l’espressione, molto antica, è in qualche modo analoga a “spaccare il capello in quattro”. Quest’ultima deriverebbe dal romanzo Rubè del 1921 di Antonio Borgese, che riporta in una frase: “una logica da spaccare il capello in quattro”. C’è chi con intenti umoristici, come Umberto Eco, ha immortalato quest’immaginaria ma diffusa disciplina nel “Dipartimento di Tetrapiloctomia” del suo “Progetto della Facoltà di Irrilevanza Comparata” della sua cacopedia. Da un’erronea citazione nacquero poi la tetravillotomia e la tetratricotomia.
In Modi di dire proverbiali e motti popolari italiani (1875), L. Passarini suggerisce che in origine “uovo” significasse “testa calva”.

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Come il cavolo a merenda
Che non centra nulla

Si dice di una cosa che non ha assolutamente nulla a che vedere con il contesto di cui si sta trattando e, per questo motivo, assurda. Assurdo sarebbe infatti preparare una merenda a base di cavolo, alimento pesante, difficile da digerire e quindi inadatto a un pasto leggero come è la merenda. L’espressione viene probabilmente da un antico proverbio toscano citato dal Giusti che recita: “C’entra come il san-buco in cielo, come papa sei nelle minchiate (gioco di carte, n.d.r.), come Pilato nel Credo, come il cavolo a merenda, come il prezzemolo nelle polpette.”

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Il pomo della discordia
L’origine o la causa di una discussione

Nulla a che vedere con la mela che Eva offrì ad Adamo.
L’espressione nasce nella mitologia greca. Sul monte Ida, durante le nozze di Peleo e della ninfa Teti (i genitori di Achille), Eride, la dea della discordia, furiosa per il fatto di non essere stata invitata al banchetto, fece recapitare una mela d’oro che recava la scritta “Alla più bella”. Paride, principe di Troia, fu scelto da Zeus come giudice delle tre bellezze ufficiali dell’Olimpo, cioè Era, Afrodite ed Atena, per scegliere la più bella. Afrodite, dea dell’amore, promise a Paride l’amore della bella Elena, moglie del re di Sparta, in cambio del titolo di “Miss Olimpo”, ed effettivamente fu proclamata da Paride la più bella. Era ed Atena, offesissime per l’affronto, decisero di distruggere Troia per vendicarsi, e questi furono i prodromi della guerra più famosa della Storia.

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L’uovo di Colombo
La cosa più ovvia, la soluzione semplice e geniale cui però nessuno aveva pensato

In riferimento al navigatore genovese Cristoforo Colombo, la leggenda vuole che quando i dotti maestri dell’università di Salamanca, riuniti nel convento di San Esteban, stabilirono che il progetto di Colombo di cercare una nuova rotta per le Indie era di impossibile realizzazione, il genovese chiese se qualcuno tra loro fosse capace di far stare un uovo dritto in piedi. Tutti risposero di no, e allora Colombo prese un uovo, dette un colpetto alla base del guscio in modo da incrinarlo solo un po’ per appiattirlo riuscendo così a fare stare in piedi l’uovo. I dotti protestarono dicendo che in quel modo l’ avrebbero saputo fare anche loro, e Colombo sottolineò la fondamentale differenza tra l’“avrebbero saputo fare” e, semplicemente il “farlo”. 
Secondo altre teorie Colombo fece questa dimostrazione direttamente davanti alla regina Isabella la Cattolica, o addirittura fu costretto a rompere l’uovo tra gli avventori di una taverna, che consideravano il suo progetto una follia e gliel’avevano detto in faccia…
Seguendo un’ipotesi completamente diversa, l’uovo di Colombo sarebbe in realtà l’uovo di Brunelleschi, perché l’architetto fiorentino si sarebbe aggiudicato il progetto della cupola del duomo di Firenze proprio grazie alla dimostrazione dell’uovo che sta in piedi. Non è del tutto avventato pensare che Colombo conoscesse l’aneddoto di Brunelleschi ed avesse voluto riprodurlo davanti agli scettici dotti spagnoli.

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Luna di miele
Viaggio di nozze

Questa espressione indica tutta la dolcezza dei primi momenti di matrimonio e, per estensione, qualunque periodo iniziale particolarmente felice. In senso figurato, e spesso in tono scherzoso, si dice di un periodo particolarmente felice nei rapporti tra due persone o gruppi. Che propriamente è il primo mese di matrimonio, o quella parte di esso trascorsa dagli sposi in viaggio.
Il modo di dire è da ricollegare a una tradizione antichissima che risale a 4000 anni fa, in Babilonia. Per un intero mese dopo il matrimonio di una coppia, il padre della sposa forniva al genero tutto l’idromele che egli riusciva a bere. Essendo l’idromele una bevanda ricavata dal miele ed essendo a quei tempi il calendario basato sulle fasi lunari, quel periodo fu denominato mese di miele o “luna di miele”.
In epoca romana i novelli sposi mescevano vino e miele, per riprendere le forze dopo le prime, intense notti d’amore e perché si credeva che il miele favorisse la fertilità.
Era antico costume, sembra, che durante il fatidico mese i novelli sposi bevessero una pozione a base di miele diluito. Si narra che Attila, re degli Unni, morì soffocato per aver trangugiato troppo avidamente la portentosa bevanda dopo un matrimonio particolarmente sospirato, nel 453 d.C.

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Farsi infinocchiare
Lasciarsi abbindolare con astuzia grossolana


Il finocchio, soprattutto selvatico, sotto forma di barbe o di semi, ha il potere di camuffare il sapore di cibi o bevande. Nel medioevo spesso gli osti veneziani offrivano ai clienti dei rametti di finocchio prima di servire loro del vino di pessima qualità. Il forte aroma del finocchio ingannava il palato, e l’avventore veniva così “infinocchiato”, raggirato.
D’altra parte in Toscana si usava aromatizzare le salsicce o la carne con i semi di finocchio, un po’ per mascherarne il gusto se la carne era avariata, un po’ per sostituire le costose spezie provenienti dall’oriente, che non erano alla portata di tutti.
Da qui viene anche il modo di dire essere come il finocchio nella salsiccia, cioè non valere nulla.

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Finire a tarallucci e vino
Risolvere una questione in modo approssimativo


Di una disputa che si risolve amichevolmente, inzuppando — per così dire — i taralli (ciambelle del
Mezzogiorno) in un buon bicchiere. Spesso, tuttavia, non per buona volontà e genuino spirito di
riconciliazione, ma per scarsa serietà dei contendenti o grazie a bassi intrighi che li hanno soddisfatti. Sembra che l’origine del taralluccio pugliese, fatto con olio d’oliva, farina, vino o acquavite, semi di finocchio (o anice) e peperoncino, risalga al 1400 e che quando non tutte le case disponevano di un forno, nei giorni di festa le donne facessero la fila nel forno pubblico per infornare la propria teglia di tarallucci. Si mangiavano nelle osterie, accompagnandoli con il vino, come una specie di aperitivo, ma anche nelle case contadine venivano spesso offerti all’ospite in segno di cordialità e amicizia. L’espressione nascerebbe quindi in un ambiente conviviale, sebbene l’etimologia della parola tarallo sia assai incerta: potrebbe venire dal latino torrére, cioè abbrustolire, o dal greco daratós, una specie di pane.
Anche il tarallo napoletano si mangia in compagnia e nasce come piatto povero; ne dà abbondante testimonianza il verismo di Matilde Serao nel suo romanzo Il ventre di Napoli. Il tarallo napoletano veniva confezionato con gli avanzi di pane, a cui il fornaio aggiungeva strutto (molto più calorico del taralluccio, quindi), molto pepe e, in tempi più recenti, le mandorle. Costava poco, andava bene al fornaio per riciclare gli avanzi di pane e andava bene pure al popolo per riempirsi la pancia vuota con pochi soldi. Nelle osterie si serviva con vino di poco pregio e siccome il pepe stimola la sete, c’è da immaginare che la gente finisse più che allegra. Una tradizione assai poco rispettata vuole che il tarallo, anziché nel vino, s’inzuppi nell’acqua di mare (non sempre la tradizione è saggia!).

A Napoli un tempo esisteva la figura del tarallaro, il venditore ambulante di taralli, che andava in giro per le strade con la sua sporta piena di taralli avvolti in una coperta per tenerli caldi.
In napoletano esiste l’espressione sembrare la sporta di un tarallaro, che indica una persona completamente sopraffatta dagli avvenimenti, sbattuta qua e là dal caos della vita, proprio come la sporta del tarallaro.

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Friggere con l’acqua
Risparmiare in modo estremo

Il colmo del risparmio è friggere con l’acqua, anziché con l’olio. Di una persona particolarmente avara si dice che in casa sua si frigge con l‘acqua.

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Indorare la pillola
Dissimulare un problema

Attenuare esteriormente la portata sgradevole di un fatto, cercare di rendere più accettabile al nostro interlocutore un avvenimento triste o una notizia sgradevole usando parole gentili; questi stratagemmi servono a indorare la pillola a qualcuno.
Le medicine in pillola avevano fino a poco tempo fa un sapore sgradevole; per questo i farmacisti cercavano di attenuarne il sapore ricoprendole con uno strato di zucchero (addolcire la pillola), oppure con un velo leggero di liquirizia, che era di color oro.

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Mettere un cocomero in corpo a qualcuno
Instillare un dubbio


Stesso significato di mettere un sassolino nella scarpa a qualcuno, o mettere la pulce nell’orecchio a qualcuno, però molto più efficace dal punto di vista metaforico.
L’espressione significa mettere qualcuno in forte dubbio, in pesante apprensione, pesante almeno quanto un intero cocomero sullo stomaco. Si tratta di un modo di dire vigente già dal 1500, giacché Benedetto Varchi lo cita nell’Ercolano, il suo dialogo sulla fiorentinità della lingua italiana.

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Non essere né caldo né freddo
Restare indifferente o essere poco interessante

Si dice che è una persona non è né calda né fredda quando esercita la completa indifferenza morale. Essere un tiepido significa esserlo nelle idee. Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, questa espressione non proviene dall’ambito culinario, ma da un passo del libro dell’Apocalisse (III, 15-16): “So che tu non sei né caldo né freddo. Oh, fossi almeno freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, né freddo né caldo, io sto per vomitarti dalla mia bocca.”
Sulla scia di questa espressione diciamo che qualcosa non ci fa né caldo né freddo quando ci lascia completamente indifferenti. Lo stesso significato attribuito all’espressione “essere senza sale” o “essere insipidi”.

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Panem et circenses
Demagogia a buon mercato

Frase estratta da una satira di Giovenale (10, 81).
Si suole dire di un governo che tende a mantenere i cittadini nell’ignoranza, accontentandoli solo nei bisogni materiali e nel divertimento, è perfettamente riassunta da questa
Giovenale si riferiva al popolo romano, che all’epoca in cui visse lo scrittore non era più la colonna portante del potere di Roma, ma si accontentava di “cibo e spettacoli” (annona et spectaculis, come già aveva detto l’imperatore Tiberio). 
La frase sarà poi ripresa anche da Lorenzo il Magnifico (pane e feste tengono il popol quieto) e da molti altri governanti, soprattutto borbonici, in epoche storiche più recenti (il popolo ha bisogno di tre F: feste, farina, forca).

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Siamo fritti!
Essere spacciati

Esclamazione di chi si ritrova rovinato all’improvviso o di chi abbia abbiamo perso ogni speranza di raggiungere ciò a cui mirava.
Nessuno usa più il modo di dire per intero, cioè “siamo fritti, disse la tinca ai tincolini”, oppure, “siamo fritti, disse il merluzzo al cefalo”.
Quasi certamente questo detto nacque tra pescatori, in quanto rappresenta le ultime, immaginarie parole di un pesce che è finito nella rete e che poi finirà in padella. Il dialogo immaginario tra il merluzzo e il cefalo, secondo la tradizione popolare, era il seguente: “– Siam fritti! – disse il merluzzo al cefalo, quando si accorse che erano caduti nella rete del pescatore.
– Non credo, – osservò il cefalo, che aveva fama di essere spiritoso – io sarò arrostito e farò testamento sulla graticola; tu sarai lessato e nuoterai nell’olio, incoronato di prezzemolo!”

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Mangiare la foglia
Accorgersi di un inganno

È una espressione molto usata che vuole indicare la capacità di cogliere al volo il significato nascosto di una frase, di un discorso, intuire le vere intenzioni di qualcuno.
Si dice “mangiare la foglia” perché Ulisse, nell’Odissea, capendo il trucco della maga Circe per trasformare gli uomini in animali, mangiò una foglia che lo rese immune all’incantesimo.
Forse si allude ai bachi da seta, che assaggiano le foglie per controllare se sono commestibili o meno. Oppure, in passato, quando i pastori cercavano un prato per pascolare il proprio gregge, erano soliti “assaggiare” loro stessi l’erba per valutare se era buona o meno per i propri animali per capire al volo se lì potevano pascolare.

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Ingoiare il rospo
Accettare un fatto spiacevole

Sopportare un peso, adeguarsi a una situazione incresciosa. Il rospo, nelle credenze popolari, è un animale velenoso, immondo, deforme e anche un po’ magico (c’è chi fa derivare il suo nome da haruspex, l’indovino dell’antica Roma). “Ingoiare il rospo” è dunque una metafora legata al disgusto e alla ripugnanza provocata da questo anfibio; anticamente si diceva anche “ingoiare la rana”. Inoltre nella cultura popolare è viva l’immagine del serpente che cattura il rospo e lo deglutisce e digerisce con grande sforzo. Non è chiaro il collegamento, se c’è, con l’opposto “sputare il rospo”, d’origine romanesca e poi diffusosi in tutta Italia. Nel gergo, infatti, il rospo era il “segreto” e dunque sputarlo significava confessare la verità, dire quello che si sa, sfogare il proprio malumore.

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Tutto fa brodo
Mescolanza eterogenea utile a perseguire uno scopo

Un’espressione che veniva utilizzata quando l’economia era prevalentemente rurale e le disponibilità economiche e alimentari erano scarse.
Il brodo (quello buono) normalmente si fa con la carne. (meglio di pollo, o di gallina, ma anche con parti poco pregiate come ginocchio eccetera). La carne, nelle economie povere era un bene costoso e difficile da procurarsi, per cui in sua assenza il brodo si può fare con vegetali, più economici e di più facile reperibilità.
Quando s è alla canna del gas, “tutto fa brodo”, ovvero, ci si riduce a insaporire l’acqua calda con i più svariati scarti alimentati, quali bucce di patate, croste di formaggio e simili.

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Voler cavar sangue da una rapa
Ostinazione verso uno scopo impossibile da raggiungere

Voler ottenere qualcosa da qualcuno (o da qualcosa) che non è assolutamente in grado di darlo. Ostinarsi a fare una cosa improduttiva, perdendo tempo e fatica.
Dall’antico proverbio toscano “dalla rapa non si cava sangue”, l’espressione è passata senza modificazioni all’italiano colloquiale.

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Avere poco sale in zucca
Mancanza di capacità di giudizio

Il sale rappresenta l’intelligenza ed il buon senso, quindi averne poco o tanto fa una certa differenza; non a caso un tempo durante il battesimo il capo del neonato veniva cosparso di sale benedetto, mentre il sacerdote pronunciava la formula accipe sal sapientiae, ricevi il sale della saggezza. Una volta esisteva anche l’abitudine di svuotare le zucche, seccarle ed usarle come saliera o come contenitori in generale, come spiega Pico Luri da Vassano nella sua raccolta di Modi di dire proverbiali e motti popolari (Roma, 1875):  “Bisogna sapere che… in queste frasi è presa non la zucca fresca e verde… ma la zucca disseccata, vuota di semi e aperta da capo o nella pancia, entro la quale sogliono le massaie poverelle tenere il sale.”
Zucca è un modo scherzoso per dire testa, quindi la relazione tra la zucca (umana o cucurbitacea) ed il sale o saggezza è evidente.

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Capitare a fagiolo
Capitare nel momento giusto, nel momento più opportuno.


Il fagiolo che conosciamo e mangiamo oggi, grazie all’importazione che ne fecero spagnoli e portoghesi dalle Americhe, era presente in Italia, sulle tavole della Serenissima Repubblica di Venezia, già dal Cinquecento. Essendo un ingrediente povero e facilmente conservabile se lo si faceva seccare, era molto facile trovarlo nella dieta quotidiana di moltissime famiglie; chi arrivava o capitava a fagiolo quindi, vuol dire che arrivava quando la tavola era pronta e il cibo era nel piatto, cioè nel momento più opportuno per riempirsi la pancia.

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Consolarsi con l’aglietto
Accontentarsi

L’aglietto è l’aglio in erba, non ancora formato, senza spicchi.
Se ci accontentiamo di mangiare quello, vuol dire che ci accontentiamo di poco, che ci consoliamo con cose di poco conto. L’espressione romana ariconsolate cò l’aglietto ha dato origine a un modo di dire entrato di diritto nella lingua italiana e attestato fin dal 1700 dal Gozzi nella Gazzetta Veneta: “Ognuno mi conforta con gli aglietti”.
L’origine dell’espressione va ricercata in ambito rurale e in un passato relativamente recente, quando cioè era abbastanza facile che per cause naturali un raccolto andasse perduto.
Se in questa circostanza il contadino poteva salvare almeno l’aglio, poteva considerarsi fortunato.
La frittata con l’aglietto era molto diffusa un tempo in tutta l’Italia contadina; solo in tempi recenti e prosperi queste foglie vengono utilizzate per insaporire gli arrosti.

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Essere come il prezzemolo
Presenzialista

L’espressione essere come il prezzemolo indica una persona che si ficca dappertutto.
Il prezzemolo si mette un po’ in tutti i cibi, è noto fin dall’antichità e cresce un po’ dappertutto; da questi tre fattori il legame con un certo “complesso di onnipresenza”.
Il nome prezzemolo deriva dal greco petroselion, che significa “sedano delle pietre”; gli Etruschi lo chiamarono petroselinum sativum, dove sativum sta per “adatto ad essere coltivato”. In effetti il prezzemolo nasceva qua e là spontaneamente nei luoghi alti delle città etrusche.
I Greci e i Romani ne facevano un uso assai diverso; mentre secondo i Greci stimolava l’appetito portarne una coroncina in testa durante i banchetti, i Romani lo mettevano sulle tombe. A causa di questa abitudine romana, per secoli si credette che il prezzemolo portasse morte e raccolti scarsi, fino a quando questa pianta, nel Medioevo, venne usata per la prima volta in cucina e fu subito evidente la sua versatilità, giacché si mescolava con gli altri ingredienti e aromi senza togliere gusto a nessuno di essi. A questo proposito però bisogna dire che già gli Etruschi usavano un trito di aglio e prezzemolo per insaporire la carne, oltre a farne un unguento miracoloso che leniva la pelle. L’espressione essere come il prezzemolo non va confusa con la meno usata “starci come il prezzemolo nelle polpette”; qui la polpetta è l’eccezione che conferma la regola, perché in questo caso significa che il prezzemolo né toglie né aggiunge sapore a questo piatto, così come si dice di una persona la cui presenza ci è indifferente.

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Essere la principessa sul pisello
Schizzinosa

Donna raffinatissima che trova tutto ciò che la circonda brutto, rozzo, volgare; questo è il ritratto della principessa sul pisello, così delicata da non poter dormire per colpa di un pisello sepolto sotto cento materassi, come racconta la celebre favola ottocentesca di Andersen.

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Essere un masticabrodo
Perditempo

Può esistere attività più inutile ed allo stesso tempo complicata che masticare il brodo? Il masticabrodo è colui che parla biascicando, ma anche una persona inconcludente.
Masticabrodo è lo stregone sdentato, protagonista di molte leggende del Sudtirolo. Masticabrodo, in tedesco Lauterfresser, girovagava per le montagne intorno a Bolzano e chiedeva un po’ di cibo nelle case, quasi sempre minestra perché, a causa della dentatura malridotta, non poteva masticare. Masticabrodo aveva il potere di controllare il tempo atmosferico, scatenando tempeste di neve o facendo splendere il sole; generoso con chi gli offriva un lauto pasto, ghiotto di panna, capace di trasformarsi in mosca o zanzara per tuffarsi nei cibi che più gli piacevano, finì per stringere un patto con il diavolo e fare allegramente il male a discapito di montanari e contadini, fino a quando fu acchiappato e bruciato vivo sul rogo, come si conviene ad ogni strega o stregone che si rispetti. La leggenda di Masticabrodo prende spunto dalla vita di Matheus Perger, detto Lauterfresser, appassionato di astronomia ed astrologia e difensore del luteranesimo; accusato di eresia e stregoneria, fu arrestato nel 1645, torturato e messo al rogo.

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Come la volpe con l’uva
Fingersi disinteressati

Fingere di disprezzare o di mostrare disinteresse per qualcosa che in realtà abbiamo cercato o desiderato a lungo, ma che non possiamo ottenere, è un atteggiamento simile a quello della volpe con l’uva, nella favola di Esopo (la favola numero 255, secondo la classificazione di Laura Gibbs).
La favoletta (di cui dobbiamo a Fedro la versione latina e a La Fontaine quella francese), narra di una volpe affamata che vide dei bei grappoli d’uva pendere da una pergola; tentò di afferrarli invano e se andò mormorando tra sé e sé: “Robaccia acerba!”.
In fondo, tenere a bada i propri desideri impossibili in questo modo, non è affatto un’idea bislacca.

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Fare l’occhio di triglia
Languido

È improvvisamente esplosa la primavera, la stagione delle allergie ai pollini e dell’amore. E con questa predisposizione all’amore che ci regala la bella stagione, lanciamo ovunque sguardi languidi, cioè si fa l’occhio di triglia. L’oggetto del desiderio non è necessariamente un lui/una lei, può essere benissimo qualsiasi cosa che ci piace.
La triglia è sempre stata molto apprezzata in tavola fin da tempi antichi; i Greci la consideravano sacra mentre i Romani la chiamavano mullus e spendevano cifre da capogiro pur di mettersene un bell’esemplare sotto i denti. Un certo Ottavio pagò addirittura 5000 sesterzi (circa 3000 euro) per una sola triglia.
Durante i raffinati banchetti dei patrizi, le triglie venivano offerte vive alle donne, che ne osservavano ammaliate l’agonia. Bello spettacolo!, si può pensare; eppure si trattava di una forma di seduzione, perché alle nobildonne romane piaceva osservare come cambia di colore la triglia quando passa a miglior vita, con una gamma cromatica che va dal porpora all’azzurro, al vermiglio e infine al bianco pallido. Insomma, uno spettacolo.
L’espressione “fare l’occhio di triglia” in letteratura è usata spesso da Giovanni Verga; ricorre spesso ne I Malavoglia e in Amore senza benda.

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Gallina vecchia fa buon brodo
Dare valore all’esperienza

Occorre anzitutto riflettere sull’importanza della gallina nella cultura gastronomica italiana. Espressioni del tipo “avere un cervello di gallina”, oppure “scrivere come una raspatura di gallina”, o ancora “felici voi, galline, che non andate a scuola”, sono da attribuire allo scarso sviluppo, nei secoli scorsi, di scienze come l’etologia, che ha ormai abbondantemente dimostrato il comportamento intelligente del bipede in questione.
È chiaro che fin dai tempi di Plauto l’intelligenza non era la qualità più apprezzata delle galline; da una facezia plautina divenuta proverbiale, gallina scripsit, deriva l’odierno “scrivere come una raspatura di gallina”, ed anche le “zampe di gallina”, che prima di essere rughe del contorno occhi erano, appunto, scarabocchi su un foglio di carta. È curioso constatare che, in altre lingue, la gallina viene sostituita da altri animali in questo tipo di espressioni; in francese si parla di pattes de mouche (in italiano definiamo una scrittura dai caratteri minuscoli come “cacatina di mosca”) e in tedesco di krähenfüsse, letteralmente “zampe di corvo”.
L’accanimento verso questo pennuto è tutto italiano. Oltre al cervello se ne critica la moralità e la si rapporta ad un certo comportamento femminile. Quando diciamo che “gallina vecchia fa buon brodo”, o che qualcuno è “gallina vecchia” facciamo allusione ad una persona, soprattutto una donna, che sa usare sapientemente la sua grande esperienza in ogni campo della vita (si interpreti questo come si vuole). A volte si applica l’espressione a modo di consolazione a qualcuno non più giovane, che ha perduto parte della sua prestanza fisica ma ha guadagnato saggezza.
Comunque sia, la storia della gallina vecchia è plasmata ad opera d’arte nella commedia teatrale scritta nel 1911 da Augusto Novelli e intitolata, appunto, Gallina vecchia. Si tratta di uno dei testi più belli del teatro toscano vernacolare (e del teatro italiano in generale) dell’inizio del ‘900 e narra in modo esilarante ma non privo di amarezza le vicende di una vedova non più giovanissima alle prese con un giovanotto, regolarmente fidanzato, di cui si è innamorata e che vuole sposare o farsene un amante. L’intera commedia è un manuale di seduzione, e non solo erotica.
È evidente che la gallina dà brodo abbondante.

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Marinare la scuola
Non frequentare una o più lezioni per andarsene a zonzo

“Marinare la scuola” è un’espressione che, secondo il Tommaseo, significa “tenere in serbo, lasciare per un altra volta”, in allusione all’accezione del verbo marinare come “mettere aceto sul pesce fritto o sopra altri cibi per conservarli”.
Ciò significa che, per non sprecarla, si mette in conserva la lezione di oggi e la si riprenderà, intatta, domani. Un’altra versione classica dell’espressione è, infatti, salare la scuola.
Inutile dire che oggigiorno esistono espressioni locali molto più efficaci per definire questa azione. In Veneto, per esempio, si dice brusare – bruciare – la scuola, e si calcola che in tutta Italia ci siano oltre 3000 sinonimi di questa espressione. Il verbo marinare assume, se confrontato con lo slang odierno, un significato quasi romantico e sicuramente rétro.

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Pigiati come acciughe o sardine o Stare come le acciughe nel barile
Essere costretti a stare in uno spazio ristretto.

Stare gli uni addosso agli altri, come sull’autobus all’ora di punta o in spiaggia a ferragosto, stare cioè come “acciughe nel barile” è un’espressione metaforica che ha origini lontane. La salatura del pesce, uno dei metodi di conservazione più antichi, i romani l’appresero dai greci e non è un caso che la produzione del garum, la salsa più apprezzata dell’antichità, fosse il risultato della macerazione e fermentazione in salamoia delle viscere di vari tipi di pesce come il tonno, le sardine, la murena e lo storione.
A partire dal XII secolo le tecniche di conservazione del pesce vengono perfezionate; in Italia, in tutto il territorio costiero ligure, il “pan del mare”, cioè acciughe e sardine, vengono messe sotto sale seguendo un laborioso procedimento. La testa e le viscere del pesce vengono asportate a mano, e il pesce si lascia asciugare per qualche ora. In barili di legno di castagno o in vasi di terracotta le acciughe o sardine vengono poi disposte a raggiera, in numerosi strati sovrapposti, ed ogni strato è cosparso di sale. Il barile viene chiuso con un disco di legno e vi si mette sopra un peso di 40-50 chili. La metafora è chiara, e l’espressione è condivisa da tutti i paesi dell’area mediterranea e da tutto il nord Europa che si affaccia sul mare. Non bisogna dimenticare che acciughe e sardine sotto sale erano spesso cibo di eserciti e marinai, proprio per la lunga durata della loro conservazione ed il poco spazio che occupavano sulle navi.
In spagnolo si dice estar como sardinas en lata (come sardine in scatola; l’industria conserviera riproduce in fondo le tecniche antiche migliorandone i risultati), mentre in francese corrono parallele due espressioni, être serrés comme des sardines e des harengs en caque (aringhe in barile). L’economia linguistica che contraddistingue l’inglese si rispecchia nell’espressione packed like sardines.

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Prendere uno in castagna
Sorprendere qualcuno proprio nel momento in cui sta commettendo un errore


È curioso verificare che il modo di dire in questione nasce proprio da un errore di interpretazione. Nel latino del XIII secolo il sostantivo marro onis indicava un “errore grossolano”; nel corso dei secoli si confuse “errore” con “marrone” nel senso di “castagna”, e quindi si iniziò a dire che qualcuno era stato preso in castagna anziché preso in errore.
Sinonimi di questo modo di dire sono le espressioni “prendere qualcuno con le mani nel sacco” o “prendere il tordo”.

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Restare di sale
Provare una tale sorpresa da rimanere sbalorditi, addirittura senza parola, come impietriti.

Lo stesso che “restare di sasso”, “di stucco”, “di princisbecco”; “restare come un allocco”, “come un salame” e altre espressioni talvolta volgari.
L’espressione, esattamente equivalente alla meno usata “restare come la moglie di Lot” o “restare di sasso”, trova la sua spiegazione nella Genesi (XIX, 24-26), nell’episodio della distruzione di Sodoma e Gomorra: “Allora il Signore fece piovere sopra Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco… e distrusse quelle città e tutta la pianura… Ora la moglie di Lot si voltò indietro a guardare e diventò una statua di sale.”
La moglie di Lot (il nipote di Abramo, che aveva seguito lo zio nella marcia fino alla terra promessa) si lasciò vincere dalla curiosità e disobbedì alla raccomandazione dell’angelo di scappare via senza voltarsi indietro, se la famiglia voleva salvarsi dalla distruzione di quelle città corrotte. Il sale rappresenta l’assenza di vita e la punizione divina lascia come metaforico effetto la desolata aridità della regione del Mar Morto.
Quedarse como una estatua de sal (rimanere come una statua di sale), in spagnolo, evita la menzione diretta alla moglie di Lot.

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Toserebbe un uovo
Di una persona estremamente avara

Immaginiamo una persona intenta a tosare un uovo con un rasoio: cosa ne ricaverebbe? 
Probabilmente l’espressione viene dallo spagnolo afeitar un huevo en el aire, cioè una prodezza ancor più straordinaria, non solo si tenta di radere un uovo ma lo si fa addirittura mentre questo è per aria!

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Avere la faccia da pesce lesso
Espressione inebetita

Il pesce vivo non ha certamente mobilità espressiva, lessato ancor meno. Certe persone sono assolutamente inespressive in ogni circostanza tanto da sembrare prive di emozioni.

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Rendere pan per focaccia
Ricambiare con eguale o maggiore asprezza una offesa, un torto o un danno ricevuti

Il modo di dire è certamente antichissimo e se ne trova la prima traccia scritta nell’ottava novella dell’ottavo giorno del Decamerone, laddove il Boccaccio fa dire, dalla moglie di Zeppa alla moglie di Spinelloccio: “Madonna, voi m’ avete renduto pan per focaccia” (Nov. 78^ - Dec. 13^); episodio anche riportato nel film Decameron N.2 - Le altre novelle di Boccaccio, del 1972.
L’origine del motto è sconosciuta, ma già nell’antica Roma erano in uso similari sentenze come Par pro pari referre,  Par pari hostimentum dare o Nulli nocendum: siquis vero laeserit, multandum simili iure.
Anche Dante, nella Divina Commedia, utilizza un motto molto simile: “I’ son frate Alberigo; i’ son quel da le frutta del mal orto, che qui riprendo dattero per figo.”

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Se non è zuppa è pan bagnato
Modi diversi di dire la stessa cosa

In realtà “se non è zuppa è pan bagnato” non è un modo di dire strambo per indicare due cose che, pur non essendo identiche, sono abbastanza simili da poter essere confuse. Al contrario è una precisazione linguistica molto puntuale della medesima cosa. Infatti zuppa deriva dal gotico suppa (da cui la voce tedesca suppe, quella francese soupe e quella inglese soup) che significa esattamente “fetta di pane bagnata”. Ecco che quindi il detto assume un senso ben preciso ed indica due modi diversi di chiamare la stessa (povera) pietanza. Con il tempo poi il significato gastronomico di suppa è cambiato, in quanto la zuppa è diventata qualcosa di più ricco ed elaborato, fatta con brodo, verdure, odori … ma non è una ricetta! Non si cita questo proverbio per parlare di cucina

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Stare a pane e acqua
Ridotti in povertà

Al contrario del banchetto pantagruelico si trova questa espressione.
I riferimenti al pane e all’acqua nei testi sacri come simboli di semplicità e purezza sono numerosissimi e sarebbe un lavoro enciclopedico citarli tutti. Basti dire che il pane è il nutrimento per il corpo e l’acqua lo è per lo spirito. D’altro canto, Gesù stesso si definisce come pane (Giovanni, 6, 48-51).
L’espressione stare a pane e acqua potrebbe risalire al medioevo, ai tempi delle crociate e, più concretamente, all’ordine dei Templari. Questi cavalieri curavano molto la loro alimentazione per mantenersi in piena forma fisica. In un’epoca in cui la gente era prettamente carnivora e dedita agli eccessi dell’alcool, loro limitarono i grassi e la carne nella loro alimentazione, prediligendo invece le uova, le verdure e il pesce. Un posto d’onore occupava però il pane, proprio perché simbolo di povertà e cibo che unisce al Regno dei Cieli. Sulle tavole dei Templari non potevano mancare pane e acqua, giacché nulla di più si poteva promettere loro a cambio della difesa della Terra Santa; per questo ogni cavaliere controllava scrupolosamente che, all’inizio del pranzo, vicino alla scodella, ci fossero pane e acqua.

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